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Figaro qua, Figaro là

Ai bambini i capelli venivano tagliati su una sedia a forma di cavallino, gli adulti che aspettavano il loro turni giocavano a dama, leggevano  il giornale o chiacchieravano del più e del meno.

Questo era il volto delle sale da barba di tanti centri della Sicilia e delle penisola, sia nelle città che nei remoti paesi.

Il figaro, nel suo lavoro, era un artista. La barba era un rito. La saponata si posava sul viso compatta, soffice e poi la mano esperta maneggiava l’affilato rasoio con precisione e maestria.

I saloni dei barbieri erano dei microcosmi dove la realtà veniva deformata e ricreata.  I politici venivano mandati a quel paese, delle donne venivano messi in evidenza pregi, difetti e infedeltà coniugali.

Durante le festività natalizie le sale da barba avevano un fascino particolare. Si lasciava la mancia al “ragazzo spazzola” (l’apprendista che, a lavoro finito, spazzolava i clienti) e si riceveva il calendario. Per noi ragazzi in questi calendari c’erano scene da film di Maciste o di Ercole, per gli adulti bellezze in costume da bagno. Da questi sprigionava un profumo inebriante.

Quel profumo era la metafora di una società che da rurale stava diventando industriale e che cominciava a conoscere fette di benessere.

Adesso tutto questo non c’è più.  I saloni sono unisex. Barbe non se ne fanno più. Il progresso vuole sempre nuove vittime. Si va avanti senza memoria.

 

 

Pubblicato il 31/8/2009 alle 7.57 nella rubrica diario.

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